Benvenuti nella prossima fase della lotta all’Alzheimer

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Quando ho letto l’articolo di Bill Gates intitolato “Welcome to the next phase of the Alzheimer’s fight” pubblicato il 20 giugno 2025, ho provato una forte emozione.

Gates rievoca il la memoria del padre durante la festa del papà, ricordando come cinque anni fa lo ha perso a causa dell’Alzheimer.

Le sue parole trasmettono il dolore personale di aver visto una persona brillante e amata spegnersi lentamente, un’esperienza purtroppo condivisa da milioni di famiglie nel mondo.

In effetti oggi oltre 7 milioni di americani vivono con l’Alzheimer, circa 1 su 9 tra gli over 65

Numeri destinati a crescere con l’aumentare dell’aspettativa di vita. Eppure, nonostante la gravità di questa realtà, dall’articolo di Gates traspare un sentimento inatteso: speranza.

“Stento a credere a quanto abbiamo imparato sull’Alzheimer negli ultimi anni”, scrive, sottolineando che stiamo facendo progressi enormi nella lotta a questa demenza.

Da appassionato di scienza e divulgatore, sono rimasto colpito da questo tono ottimista e mi sono chiesto: quali sono questi progressi e cosa possiamo realisticamente aspettarci per il futuro?

Provo a riassumerli e commentarli qui, raccogliendo dati recenti e riflessioni personali ispirate da quell’articolo.

Dal dolore personale alle ragioni di speranza

La prima parte del post di Gates ha un tono intimo e riflessivo. Parla del vuoto lasciato da suo padre, “un gigante” per lui, e di come ogni anno il giorno della festa del papà riaccenda quei ricordi dolorosi. È impossibile non immedesimarsi: chi di noi non ha conosciuto qualcuno affetto da Alzheimer o demenza ? Pensando ai miei nonni, so quanto sia devastante vedere un genitore o un nonno perdere progressivamente i propri ricordi e la propria identità.

Gates ricorda che l’Alzheimer uccide più persone ogni anno di alcuni tumori come il seno e la prostata messi insieme ed è attualmente la settima causa di morte negli Stati Uniti.

Per decenni, questa malattia è stata praticamente una condanna senza appello: quando abbiamo perso mio padre, una diagnosi di Alzheimer era una sentenza di morte.

Eppure, il messaggio centrale che emerge dalle sue parole è che qualcosa sta cambiando. Gates afferma con convinzione che siamo all’inizio di una nuova fase della lotta all’Alzheimer, grazie a scoperte scientifiche che negli ultimi anni hanno accelerato il campo come mai prima. Durante una visita a un centro di ricerca all’Indiana University, racconta di essere rimasto affascinato dai nuovi laboratori di biomarcatori e dalle macchine automatizzate per la diagnosi che ha potuto osservare.

Ogni nuova scoperta – dice – gli dà sempre più speranza in un futuro in cui “nessuno dovrà più soffrire per questa terribile malattia”.

Questo cambio di prospettiva, da un fatalismo rassegnato a un cauto ottimismo, è la vera chiave di volta dell’articolo. E personalmente, leggendo le “ragioni di speranza” elencate da Gates, ho sentito rinascere anche in me quella fiducia: forse davvero stiamo entrando nella prossima fase della battaglia contro l’Alzheimer, in cui questa malattia potrebbe diventare affrontabile e un giorno persino curabile.

Nelle sezioni che seguono, approfondirò proprio questi progressi – dalla diagnosi precoce alle terapie emergenti – cercando di capire quanto siamo vicini a sconfiggere l’Alzheimer e quali sfide restano da superare.

Diagnosi precoce: dai test invasivi all’esame del sangue

Uno dei punti focali evidenziati da Gates è l’importanza della diagnosi precoce. Oggi sappiamo che l’Alzheimer inizia a livello biologico 15-20 anni prima dei sintomi clinici.

Ciò significa che quando la perdita di memoria e gli altri disturbi cognitivi diventano evidenti, la malattia ha già causato danni cerebrali per oltre un decennio. Intercettarla prima possibile è dunque cruciale se vogliamo avere una chance di rallentarla o fermarla sul nascere. Il problema è che, finora, diagnosticare con certezza l’Alzheimer in fase iniziale era tutt’altro che semplice.

Fino a pochi anni fa, per confermare un sospetto di Alzheimer, i medici disponevano essenzialmente di due opzioni (oltre ai test neuropsicologici standard):

  • PET cerebrale (tomografia a emissione di positroni) per visualizzare le placche di beta-amiloide nel cervello – un esame di imaging molto costoso e disponibile solo in centri specializzati;
  • Analisi del liquido cerebrospinale tramite puntura lombare, per misurare la presenza di proteine patologiche come beta-amiloide e tau – una procedura invasiva e non priva di disagi per il paziente.

Questi erano infatti gli unici metodi approvati dalla FDA per rilevare le caratteristiche biologiche dell’Alzheimer. Non sorprende che fossero usati raramente: nessun medico prescriverebbe una PET o una rachicentesi a un paziente anziano se non ci sono sintomi marcati di decadimento cognitivo. Il risultato pratico? La diagnosi veniva spesso fatta tardi, a malattia già avanzata, quando ormai “i buoi sono scappati dalla stalla”, per così dire.

Ma ecco la buona notizia: questa situazione sta cambiando radicalmente grazie ai nuovi biomarcatori ematici. Proprio il mese scorso – maggio 2025 – negli Stati Uniti è stato approvato il primo test del sangue in grado di aiutare nella diagnosi di Alzheimer.

Si tratta di un esame sviluppato dalla compagnia Fujirebio Diagnostics, che analizza nel sangue la presenza di un frammento di proteina beta-amiloide anomala, indicativo delle placche che si accumulano nel cervello dei pazienti Alzheimer.

In parole semplici, con un normale prelievo di sangue questo test può rilevare se nel cervello di una persona cominciano a depositarsi quelle proteine “appiccicose” tipiche della malattia, offrendo un indizio diagnostico prezioso anni prima della comparsa dei sintomi.

È difficile esagerare la portata di questa svolta: finora per “vedere” l’amiloide bisognava appunto infilare un ago nella schiena o fare una scansione PET, mentre ora potrebbe bastare un esame del sangue dal medico di base.

Un vantaggio immediato di questi test meno invasivi è anche facilitare l’accesso alle terapie nuove (di cui parleremo tra poco). I farmaci anti-amiloide funzionano infatti solo se nel cervello del paziente vi è effettivamente accumulo di placche, cosa che va confermata prima di prescriverli. Finora questo significava dover fare proprio PET o punture lombari per selezionare i pazienti candidati, con attese di mesi e costi elevati. Un semplice esame del sangue potrà invece allargare enormemente il bacino di persone valutabili e potenzialmente trattabili, rendendo più agevole individuare chi può beneficiare dei nuovi farmaci.

Non solo: velocizzerà anche la ricerca clinica. Gates fa notare che spesso i trial per nuovi farmaci faticavano a reclutare abbastanza partecipanti, impiegando fino a 3 anni solo per arruolare i pazienti idonei【5†L201- L206】. I test ematici ridurranno drasticamente questi tempi, perché permetteranno di trovare in poco tempo persone presintomatiche ma con biomarcatori positivi da includere nelle sperimentazioni.

Va detto che il test del sangue approvato dalla FDA non sarà l’unico.

Siamo in una fase quasi da “Far West” – come l’ha definita un esperto – con tantissime aziende e laboratori che sviluppano diversi esami del sangue per l’Alzheimer. Alcuni misurano forme specifiche di beta-amiloide, altri la proteina tau fosforilata, altri ancora combinazioni di marcatori. La comunità scientifica sta cercando di capire quali siano i più affidabili.

Secondo Maria Carrillo, direttrice scientifica dell’Alzheimer’s Association, ad oggi la tecnologia più promettente sono i test sul frammento p-tau217. Questo esame misura nel sangue una forma di proteina tau (denominata fosfo-tau 217) che correla molto bene con la quantità di placca amiloide nel cervello. In pratica, se il livello di p-tau217 nel sangue è alto, c’è un’alta probabilità (>90%) che la persona abbia già cambiamenti cerebrali di Alzheimer in atto; viceversa un livello basso tende a escludere la malattia. Diverse grandi aziende come Roche, Eli Lilly e startup specializzate (ad es. C2N Diagnostics) stanno sviluppando test basati su p-tau217e i risultati finora sono incoraggianti. Uno studio condotto in Svezia su ~1200 pazienti ha mostrato che nel “mondo reale” il test del sangue può raggiungere un’accuratezza diagnostica intorno al 90%, nettamente superiore a quella del medico di base (61%) e anche dello specialista neurologo (73%) nel distinguere l’Alzheimer da altri problemi di memoria.

La diagnosi precoce sta diventando realtà: possiamo iniziare a immaginare uno screening di routine per l’Alzheimer, così come facciamo gli esami del colesterolo o della glicemia, identificando i soggetti a rischio anni prima che perdano colpi di memoria. È un cambiamento di paradigma enorme, perché apre la porta alla prevenzione secondaria – intervenire in anticipo per cambiare il decorso della malattia. Ma per fare ciò, servono ovviamente terapie efficaci da somministrare a chi risultasse positivo a questi biomarcatori precoci.

È qui che entra in gioco il secondo pilastro dei progressi recenti: le nuove terapie.

Le prime terapie che rallentano la malattia

Per molti anni, parlare di cura o anche solo di trattamento efficace per l’Alzheimer è stato praticamente un tabù. I farmaci disponibili (come donepezil, memantina e altri) aiutavano solo a mitigare temporaneamente i sintomi, senza alterare il corso della malattia. Nel frattempo, centinaia di sperimentazioni di farmaci potenzialmente “modificanti” (dai vaccini anti-amiloide agli antinfiammatori, fino agli inibitori di enzimi come BACE) fallivano una dopo l’altra. Sembrava di brancolare nel buio.

Ebbene, finalmente qualcosa sta funzionando. Negli ultimi tre anni sono arrivati i primi risultati concreti che indicano la possibilità di rallentare la progressione dell’Alzheimer. Nel 2021 la FDA ha approvato aducanumab (nome commerciale Aduhelm), il primo anticorpo monoclonale diretto contro le placche di beta-amiloide nel cervello. L’approvazione fu controversa – i benefici clinici erano modesti e oggetto di dibattito – ma ha segnato comunque un punto di svolta storico: per la prima volta un farmaco mirava non ai sintomi, ma alla biologia sottostante della malattia (ripulire il cervello dai depositi proteici tossici).

A distanza di qualche anno, la ricerca ha fatto ulteriori passi avanti. Nel 2023 un secondo anticorpo anti-amiloide, lecanemab (Leqembi), ha mostrato risultati più solidi: in uno studio clinico su pazienti con Alzheimer lieve ha ridotto del ~27% il declino cognitivo rispetto al placebo in 18 mesi di trattamento. Questo si è tradotto nell’approvazione accelerata e poi completa di Leqembi da parte della FDA – un evento salutato come l’inizio dell’“era delle terapie per l’Alzheimer”.

Certo, parliamo di benefici ancora limitati: questi farmaci “rallentano moderatamente” la malattia, non la fermano. In media guadagnano forse qualche mese o un anno di autonomia in più per i pazienti, secondo le scale cognitive utilizzate. Non sono una cura miracolosa, e comportano sfide pratiche non indifferenti: vanno somministrati per infusione endovenosa ogni due settimane, e possono causare effetti collaterali cerebrali (edema o microemorragie nel 10-20% dei pazienti, da monitorare con risonanza). Ma rappresentano comunque un progresso epocale, perché dimostrano che modificare il corso dell’Alzheimer è possibile. Gates ammette di essere rimasto lui stesso sorpreso da quanto possano essere più efficaci del previsto se usati in fase precoce.

Infatti, il vero potenziale di queste terapie emerge quando vengono abbinate alla diagnosi precoce di cui sopra: dare l’anticorpo quando il paziente è ancora asintomatico o ai primissimi segni, anziché aspettare la demenza conclamata. Il post di Gates sottolinea proprio questo punto: i nuovi farmaci anti-amiloide, “se somministrati presto, potrebbero essere molto più incisivi di quanto pensassimo”. Per verificare questa ipotesi sono già in corso studi clinici di fase III che trattano persone con biomarcatori positivi ma ancora senza sintomi, per vedere se l’insorgenza della malattia può essere ritardata o prevenuta. I risultati di questi trial potrebbero arrivare già nel 2026.

Immaginiamo lo scenario: un individuo di 60 anni, sano ma con un test del sangue positivo per amiloide, inizia una terapia monoclonale che ripulisce il cervello e impedisce al morbo di evolvere. Sarebbe un cambio totale di prospettiva – trasformare l’Alzheimer da condanna quasi certa a malattia prevenibile/curabile nei soggetti a rischio. Siamo ancora agli inizi, ma non è più fantascienza.

Oltre a aducanumab e lecanemab, un terzo anticorpo simile sta avanzando rapidamente: donanemab (recentemente indicato con il nome commerciale Kisunla). Sviluppato da Eli Lilly, donanemab ha mostrato in studi clinici di poter rallentare il declino cognitivo in misura paragonabile a lecanemab, e al momento in cui scrivo è in valutazione per l’approvazione regolatoria.

È probabile che entro fine 2025 anche questo farmaco sarà disponibile. Insomma, dopo decenni di “carestia” terapeutica ora abbiamo una prima generazione di farmaci che attaccano direttamente la patologia dell’Alzheimer (tutti accomunati dal bersaglio: le placche di beta-amiloide).

Tuttavia – e Gates lo evidenzia – questi risultati non sono il capolinea, ma l’inizio di un percorso. L’amiloide infatti potrebbe essere solo uno dei colpevoli.

Un Alzheimer “curato” a metà (rimuovendo l’amiloide) potrebbe comunque progredire a causa di altri meccanismi, ad esempio la proteina tau che forma grovigli neurofibrillari tossici, o i fenomeni di neuroinfiammazione che danneggiano i neuroni. Serviranno approcci multipli. Molti ricercatori sono convinti che per ottenere un impatto davvero grande dovremo colpire la malattia su più fronti contemporaneamente un po’ come avvenuto in altre patologie complesse (si pensi alla terapia combinata per l’HIV o ai cocktail di farmaci contro l’ipertensione).

Nel campo Alzheimer sono già in corso sperimentazioni su farmaci anti-tau (anticorpi e vaccini che mirano a prevenire l’aggregazione della tau). Finora, va detto, nessuno di questi trial anti-tau ha centrato l’obiettivo: ad oggi non esiste ancora un equivalente anti-tangle dei successi anti-placca. Ma la ricerca continua e deve continuare. Allo stesso modo si stanno studiando molecole che riducano l’infiammazione cerebrale, oppure strategie per proteggere i neuroni dallo stress (ad esempio modulando il metabolismo, i mitocondri, il microbioma intestinale e così via). È un terreno vastissimo, che richiede di approfondire molto di più la nostra comprensione della biologia della malattia. Gates sottolinea che c’è ancora “un’enorme quantità di lavoro da fare per approfondire la patologia e sviluppare diagnostica e terapie ancora migliori”.

Personalmente, trovo straordinario come in soli 5 anni siamo passati dal pessimismo al poter parlare di prime terapie modificanti.

Questi farmaci anti-amiloide non sono la fine del percorso, ma la prima tappa. Hanno mostrato che l’Alzheimer non è invincibile.

Ora la sfida è renderli più efficaci, più sicuri, più accessibili, e affiancarli con altre terapie (anti-tau, anti-infiammatorie, neuroprotettive) per colpire ogni aspetto della malattia. In parallelo, la combinazione con diagnosi precoci ci dà la speranza di trattare le persone prima che subiscano danni cerebrali irreversibili.

Tutto ciò ci porta alla domanda delle domande: quando potremo dire di avere una “cura” realmente efficace per l’Alzheimer?

Verso una cura: cosa ci aspetta?

È naturale, a questo punto, chiedersi quanto siamo lontani dal giorno in cui l’Alzheimer sarà sconfitto.

Gates nel suo articolo non si avventura in previsioni azzardate (giustamente, la scienza mal sopporta le sfere di cristallo). Ma il quadro che dipinge suggerisce che la traiettoria è tracciata. Cinque anni fa l’Alzheimer era una condanna senza scampo; oggi sta iniziando a cambiare.

Quanto tempo ci vorrà perché cambi del tutto?

Prima di rispondere, dobbiamo chiarire cosa intendiamo per “cura efficace”. Se immaginiamo una pillola magica che guarisce istantaneamente anche un paziente con demenza avanzata, probabilmente siamo ancora molto lontani – potrebbe richiedere decenni di ricerca e forse tecnologie future (come la rigenerazione neuronale tramite staminali o terapie genetiche).

Ma se parliamo di rendere l’Alzheimer una malattia gestibile, tenendola sotto controllo in modo che non distrugga più la vita delle persone, allora l’orizzonte si avvicina. In fondo, già oggi con i nuovi farmaci vediamo un rallentamento del declino; domani potremmo ottenere rallentamenti molto più marcati, soprattutto iniziando la terapia presto. Molti esperti immaginano uno scenario in cui l’Alzheimer diventi simile a una malattia cronica, tipo il diabete: qualcosa che non possiamo eliminare al 100%, ma che possiamo tenere a bada con trattamento continuo, permettendo ai pazienti di mantenere una buona qualità di vita per molti anni. Personalmente, credo che se le prossime sperimentazioni confermeranno i benefici sperati (ad esempio, se nel 2026 scopriremo che trattando persone asintomatiche ad alto rischio riusciamo a prevenire la demenza clinica), allora entro questo decennio potremmo iniziare a parlare di prevenzione effettiva dell’Alzheimer nei soggetti a rischio. Sarebbe un traguardo enorme: vorrebbe dire spezzare la traiettoria della malattia prima che compia i suoi danni peggiori.

Certo, la prudenza è d’obbligo. La storia della ricerca sull’Alzheimer è piena di falsi inizi e speranze deluse. Ma stavolta il sentimento è diverso, supportato da dati concreti e da una convergenza di fattori positivi.

Gates riassume bene questa sensazione di essere vicini a una svolta: Siamo più vicini che mai a un mondo in cui nessuno dovrà guardare qualcuno che ama soffrire per questa terribile malattia.

Parole forti, che qualche anno fa sarebbero suonate utopistiche, ma oggi appaiono quasi realistiche.

Per arrivare a dichiarare vinta la battaglia contro l’Alzheimer, a mio avviso, serviranno comunque ancora alcuni anni di intenso lavoro.

Immagino uno scenario in cui entro il 2030 potremmo avere: una serie di esami del sangue e magari scanner portatili per diagnosticare in modo affidabile e diffusissimo la malattia in fase preclinica; diversi farmaci combinati (anti-amiloide + anti-tau + antinfiammatori neuroprotettivi) da somministrare a chi è positivo ai biomarcatori, in modo da bloccare sul nascere più processi patologici; e forse anche programmi di prevenzione personalizzata per i soggetti a rischio genetico (ad esempio portatori della variante APOE4), includendo stile di vita e terapie precoci. In sostanza, l’Alzheimer potrebbe essere “addomesticato” – non più un morbo inesorabile, ma una condizione che si può prevenire o controllare a lungo termine.

Resta però un ultimo scalino per parlare di cura completa:

come recuperare le funzioni cognitive di chi è già in stadio avanzato ?

Anche su questo fronte ci sono ricerche (si studiano fattori di crescita neuronali, cellule staminali, dispositivi di stimolazione cerebrale non invasiva), ma siamo ancora in fase embrionale. È probabile che la rigenerazione del cervello danneggiato sarà la sfida degli anni 2030 e oltre.

Intanto, l’obiettivo più concreto è evitare che si arrivi a quello stadio – in altri termini, posticipare l’Alzheimer così tanto che la maggior parte delle persone possa vivere la propria vita senza mai sviluppare una demenza grave. Se riusciremo in questo, avremo di fatto vinto contro la malattia.

In sintesi, quando arriverà una cura ?

Forse non c’è una data precisa, ma si intravede una luce in fondo al tunnel.

Ogni nuovo test diagnostico e ogni nuovo farmaco ci portano un passo più vicini. Siamo già passati dalla totale impotenza ai primi rallentamenti; il prossimo traguardo è fermare la malattia prima che inizi.

Personalmente, sono cautamente ottimista: il progresso degli ultimi anni mi fa pensare che potremmo essere la generazione che vedrà l’Alzheimer trasformato da flagello incurabile a male gestibile, se non addirittura prevenibile.

Investire nella ricerca per un futuro senza Alzheimer

A questo punto, emerge chiara un’ultima considerazione: niente di tutto ciò accadrà da solo.

I progressi descritti – dai test del sangue ai farmaci innovativi – sono frutto di decenni di ricerca scientifica, di investimenti economici enormi e della collaborazione di migliaia di ricercatori in tutto il mondo. Se vogliamo davvero entrare nella “prossima fase” della lotta all’Alzheimer, dobbiamo continuare su questa strada con determinazione, anzi accelerare.

Come autore ma ancora di piu come spettatore impotente di questa malattia che ha colpito i miei nonni, mi sento di fare eco all’appello di Gates:

questo è il momento di investire di più nella ricerca, non di meno.

Negli Stati Uniti, ad esempio, Bill Gates segnala preoccupato che recenti tagli ai budget degli enti di ricerca (come i National Institutes of Health) rischiano di rallentare o bloccare proprio ora i progressi raggiunti.

Molte delle più grandi scoperte sull’Alzheimer – dal legame iniziale con le proteine amiloidi fino alle attuali sperimentazioni – sono nate grazie a finanziamenti pubblici e fondi filantropici lungimiranti. Tagliare questi fondi “sul più bello” sarebbe un errore gravissimo.

Nessun privato, nemmeno una fondazione ricca, può da solo colmare il vuoto di investimenti governativi in ricerca scientifica.

Servono entrambi gli ingredienti: un forte sostegno pubblico (per la ricerca di base e gli studi ad alto rischio) e la partecipazione dei privati (aziende farmaceutiche, fondazioni, donatori) per portare avanti trial clinici costosi e innovazioni tecnologiche.

Insieme, pubblico e privato possono creare quel circolo virtuoso che accelera le scoperte.

Un altro aspetto cruciale è la collaborazione internazionale e la condivisione dei dati. Gates cita iniziative a cui ha contribuito, come l’Alzheimer’s Disease Data Initiative e la Global Research and Imaging Platform, che puntano proprio a far sì che gli scienziati di diversi paesi uniscano le forze, condividendo banche dati, immagini cerebrali e algoritmi di intelligenza artificiale per analizzarli.

Questo approccio open science potenzia enormemente la velocità del progresso: più menti brillanti lavorano insieme sul problema, prima troveremo soluzioni.

Anche l’Italia e l’Europa possono e devono fare la loro parte in questo sforzo globale, partecipando ai consorzi scientifici e finanziando adeguatamente la ricerca sulle demenze. Fortunatamente, la sensibilità sul tema sta crescendo e vediamo sempre più progetti europei dedicati all’Alzheimer, nonché campagne di raccolta fondi da parte di associazioni e fondazioni.

Voglio concludere questa riflessione con una nota di speranza, ma anche di responsabilità collettiva.

La speranza è tangibile: per la prima volta intravediamo un futuro in cui l’Alzheimer non farà più così paura.

Immaginiamo davvero un mondo in cui ricevere questa diagnosi non significherà più “perdere se stessi”, ma semplicemente doversi sottoporre a cure di lunga durata, magari fastidiose ma efficaci, continuando però a vivere la propria vita, vedere crescere i nipoti, mantenere la propria indipendenza.

Ogni passo scientifico ci avvicina a quel mondo.

Tocca a noi – come società – fare in modo che quel futuro arrivi il prima possibile.

Ciò significa sostenere la ricerca in ogni modo: chiedere ai nostri governanti che la sanità e la scienza siano priorità di investimento, donare se possiamo alle organizzazioni che finanziano studi sull’Alzheimer, partecipare agli studi clinici se siamo idonei, e diffondere consapevolezza.

L’articolo di Gates mi ha ricordato perché faccio divulgazione e perché credo nel potere della scienza. Cinque anni fa guardavamo all’Alzheimer con sconforto; oggi possiamo guardarlo con speranza concreta.

Siamo entrati nella prossima fase di questa lotta, ma il lavoro non è finito. Come scrive Gates, “siamo sul punto di invertire la tendenza” non fermiamoci proprio ora.

Continuiamo a unire gli sforzi, a investire intelligenza e risorse, e sono convinto che vedremo il giorno in cui l’Alzheimer sarà soltanto un ricordo del passato.

Quel giorno sarà una vittoria non solo scientifica, ma umana: il trionfo della conoscenza e della perseveranza sul dolore e la paura.

Io voglio crederci, e voi ?

Sostenere la ricerca oggi è il modo migliore per affrettare quel domani senza Alzheimer.

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