Per quarantotto ore, a quasi cinquant’anni dal lancio, la sonda più lontana costruita dall’umanità ha smesso di farsi sentire. La NASA ha confermato il 29 ottobre 2026 che Voyager 1 ha attraversato una breve interruzione delle comunicazioni: il Deep Space Network non ha rilevato il suo segnale durante due tentativi programmati, il 18 e il 19 ottobre. Il contatto è tornato il 20 ottobre, senza che gli ingegneri avessero ancora inviato comandi correttivi. Da allora le comunicazioni sono proseguite.
È una storia che sembra scritta per un romanzo di fantascienza, ma è soprattutto un problema concreto di ingegneria. Voyager 1 si trova a oltre 24 miliardi di chilometri dalla Terra, dove ogni messaggio richiede quasi un giorno per arrivare. E mentre il team cerca di capire che cosa abbia causato il silenzio, la sonda si avvicina a un altro traguardo storico: il 18 novembre raggiungerà la distanza di un giorno luce dalla Terra. La novità arriva insieme a un intervento energetico chiamato Big Bang, progettato per prolungare la vita scientifica della missione.
Che cosa è successo durante le 48 ore di silenzio
Il 18 e il 19 ottobre le grandi antenne del Deep Space Network non hanno captato il segnale radio di Voyager 1 durante due finestre di comunicazione distanti ventiquattr’ore. Un giorno dopo, il 20 ottobre, la sonda è tornata a trasmettere. La NASA ha precisato che il segnale è ricomparso prima dell’invio di nuovi comandi di risoluzione del problema. Non si tratta quindi di una riparazione eseguita in tempo reale da Terra: il sistema di bordo sembra aver reagito autonomamente a un’anomalia.
Gli ingegneri hanno individuato un elemento significativo. Un gruppo di propulsori ha smesso di funzionare e il sistema ha attivato i propulsori di riserva. È il tipo di sostituzione automatica previsto dalla cosiddetta fault protection, una logica di protezione che porta il veicolo in una configurazione stabile quando rileva qualcosa di anomalo. La causa iniziale del comportamento non è ancora stata stabilita, e la NASA continua a indagare.
Questa distinzione è importante: sappiamo che il sistema ha cambiato il gruppo di propulsori e che il collegamento è stato recuperato, ma non possiamo affermare che un determinato componente si sia guastato definitivamente o che il problema sia già risolto alla radice. Per una macchina lanciata nel 1977, la prudenza è parte integrante della diagnosi.
Il Deep Space Network e il problema del tempo
Le comunicazioni con Voyager non somigliano a quelle con un satellite terrestre. Il Deep Space Network utilizza tre complessi di antenne distribuiti intorno al pianeta, in California, Spagna e Australia, così da seguire le missioni mentre la Terra ruota. A queste distanze il segnale è debolissimo e il tempo di propagazione domina ogni operazione. Una semplice domanda inviata alla sonda richiede molte ore prima di raggiungerla, e altrettante per ricevere una risposta.
È per questo che i sistemi automatici di protezione sono essenziali. Se Voyager dovesse aspettare istruzioni da Terra per reagire a ogni anomalia, potrebbe restare in una condizione instabile troppo a lungo. La sua elettronica deve poter riconoscere alcuni problemi, cambiare configurazione e preservare il collegamento. Ma l’autonomia ha un prezzo: quando un sistema agisce da solo, gli ingegneri devono ricostruire a posteriori quale sequenza di eventi si sia verificata.
Il Big Bang: una manovra per risparmiare energia

Il silenzio radio è soltanto metà dell’aggiornamento diffuso dalla NASA. L’altra riguarda l’energia. Voyager 1 e Voyager 2 non hanno pannelli solari: ricevono elettricità da generatori termoelettrici a radioisotopi, che trasformano parte del calore prodotto dal decadimento del plutonio in energia elettrica. Sono sistemi progettati per durare decenni, ma non per fornire una potenza costante all’infinito.
Secondo il Jet Propulsion Laboratory, entrambe le sonde perdono circa quattro watt di potenza disponibile ogni anno. È un valore piccolo se pensiamo agli elettrodomestici di casa, ma enorme per un veicolo che deve alimentare computer, trasmettitori, riscaldatori e strumenti scientifici con un margine ormai ridottissimo. Nel tempo la NASA ha già spento vari apparati, compresi strumenti che avevano concluso il loro compito dopo gli incontri planetari.
La nuova operazione, soprannominata Big Bang, non è un’esplosione e non riguarda il motore. Consiste nel sostituire contemporaneamente tre dispositivi alimentati con tre alternative che consumano meno. L’intervento è delicato perché i sei elementi coinvolti contribuiscono a mantenere temperature adeguate nei sistemi della sonda. Cambiarne uno alla volta avrebbe potuto alterare la distribuzione del calore: la sequenza doveva essere coordinata.
Voyager 2 aveva già completato una manovra analoga circa sei settimane prima. Su Voyager 1 il Big Bang è stato portato a termine all’inizio di settembre, dopo mesi di preparazione. L’obiettivo è prolungare l’operatività degli strumenti scientifici rimasti accesi. Senza questo risparmio, il team avrebbe dovuto spegnere un altro strumento di Voyager 1 già nell’estate 2027.
Perché ogni watt vale anni di scienza
Le due sonde sono gli unici veicoli spaziali ad aver attraversato l’eliopausa e a misurare direttamente l’ambiente interstellare al di fuori dell’eliosfera, la grande regione dominata dal vento solare. Voyager 1 ha oltrepassato quel confine nel 2012, Voyager 2 nel 2018. Le informazioni che inviano aiutano a comprendere le particelle cariche, i campi magnetici e le condizioni dello spazio che circonda il nostro sistema planetario.
La missione era nata per osservare i pianeti giganti. Voyager 1 ha studiato Giove e Saturno; Voyager 2 ha proseguito verso Urano e Nettuno. Una volta completati gli incontri, alcune apparecchiature non erano più necessarie. Altre sono rimaste attive per seguire l’ambiente attraversato dalle sonde. Spegnerne un’altra significa perdere per sempre una possibilità di osservazione diretta in una regione che nessun’altra missione sta esplorando allo stesso modo.
Questo spiega perché gli ingegneri dedichino mesi a un’operazione che risparmia pochi watt. Nel contesto di Voyager, non sono semplici unità di potenza: rappresentano la possibilità di continuare a ricevere dati scientifici da un luogo che nessun essere umano può raggiungere e che una nuova sonda impiegherebbe decenni a visitare.
Il 18 novembre: il primo oggetto umano a un giorno luce

Il prossimo traguardo è soprattutto simbolico, ma rende concreta una distanza difficile da immaginare. Il 18 novembre 2026, secondo i calcoli NASA, Voyager 1 sarà a circa 25,9 miliardi di chilometri dalla Terra: un giorno luce. Significa che un segnale luminoso o radio impiega ventiquattr’ore per coprire la distanza tra noi e la sonda. Per una comunicazione completa, andata e ritorno, bisogna aspettare circa quarantotto ore.
Un giorno luce non è un’unità di tempo applicata alla durata del viaggio di Voyager. È una misura di distanza, proprio come l’anno luce: indica quanto spazio percorre la luce nel vuoto in un certo intervallo. La NASA fissa il passaggio per il 18 novembre alle 5:16:07 del mattino sulla costa orientale degli Stati Uniti, che corrispondono alle 11:16:07 in Italia. Non ci sarà un evento fisico improvviso a bordo. La sonda continuerà a viaggiare nello stesso ambiente, senza attraversare un confine materiale.
Eppure il significato è enorme. Se invieremo un saluto a Voyager dopo quel momento, il messaggio arriverà il giorno successivo. Se la sonda risponderà subito, la risposta tornerà un altro giorno dopo. La comunicazione con l’oggetto più lontano costruito dall’uomo avrà una latenza che rende impossibile qualunque dialogo immediato.
Una sonda del 1977 che continua a sorprendere
Voyager 1 è partita il 5 settembre 1977, in un’epoca in cui i personal computer erano agli inizi e Internet non esisteva nella forma che conosciamo. La sua elettronica è stata progettata per un ambiente e per una missione completamente diversi da quelli attuali. Eppure la capacità di riconfigurare sistemi, conservare energia e mantenere comunicazioni a distanze estreme le ha permesso di superare di decenni la durata prevista inizialmente.
Non è una macchina immortale. La potenza disponibile continuerà a diminuire, i componenti continueranno a invecchiare e ogni intervento avrà margini sempre più stretti. Non sappiamo esattamente quando Voyager 1 smetterà di trasmettere. Sappiamo però che il Big Bang ha allontanato la necessità di spegnere un altro strumento e che il contatto radio, dopo l’interruzione di ottobre, è attualmente ristabilito.
Quarantotto ore di attesa, quarantanove anni di viaggio
C’è qualcosa di straordinario nell’idea che una sonda così lontana possa ancora sorprenderci. Non perché il silenzio di due giorni sia misterioso in senso fantascientifico, ma perché ci ricorda quanto sia complesso mantenere viva una tecnologia quando ogni comando attraversa miliardi di chilometri. Gli ingegneri lavorano con informazioni che arrivano in ritardo e con una riserva energetica che diminuisce anno dopo anno.
Il 18 novembre Voyager 1 non scoprirà un nuovo pianeta e non accenderà un motore speciale. Supererà una soglia inventata da noi per misurare lo spazio. Ma forse è proprio questo il suo valore: una macchina costruita quasi mezzo secolo fa ci costringe ancora a ripensare la distanza, la pazienza e la capacità umana di progettare qualcosa che continui a funzionare molto oltre il proprio tempo.