Agosto 2026 mi ha insegnato che si può vendere una banca con quasi il 12% di guadagno e, poche settimane dopo, ritrovarsi con il portafoglio più rosso di prima. PD.
Come ?
Abbastanza semplice. Basta utilizzare buona parte di quel denaro per comprare obbligazioni proprio mentre il mondo decide che prestare soldi agli Stati debba improvvisamente rendere molto di più.
Eccomi quindi con il nuovo aggiornamento del Portafoglio di Allegra e Beatrice, fotografato questa mattina.
E questa volta il protagonista del mese non è AEFFE, non è Porsche e non è nemmeno lo Stretto di Hormuz.
Sono le obbligazioni.

Quelle cose che, almeno nell’immaginario collettivo, dovrebbero rappresentare la parte tranquilla di un portafoglio.
E che invece, quando hanno scadenza 2071, 2072 o addirittura 2120, possono essere tranquille più o meno come un neo 18enne a cui hai appena consegnato le chiavi della macchina.
Oggi Fineco fotografa il portafoglio così:
- valore di carico: 17.843,58 euro
- valore di mercato: 17.047,14 euro
- perdita non realizzata: 796,44 euro
- variazione: -4,46%
Il mese scorso ero a -1,58%.
Quindi, apparentemente, agosto è andato piuttosto male.
In realtà la fotografia è un po’ più interessante di così, perché nel frattempo ho venduto completamente BFF Bank realizzando un guadagno, ho effettuato nuovi versamenti e ho modificato parecchio la composizione del portafoglio.
Quel -4,46% rappresenta la differenza tra prezzo di carico e valore di mercato degli strumenti che possiedo oggi.
Non contiene il guadagno già realizzato con BFF, quello precedente sul VanEck Oil Services, le cedole incassate e tutte le operazioni concluse.
Ed è una distinzione importante.
Perché questo mese una parte del verde è semplicemente uscita dalla schermata. (Il rosso, invece, è rimasto come un bravo bro)
Cosa ho fatto ad agosto
La prima operazione da raccontare è probabilmente anche quella meglio riuscita.
BFF Bank
Il 30 luglio avevo acquistato 1.402 azioni BFF Bank con un prezzo medio di carico di circa 2,857 euro.
Nell’aggiornamento precedente avevo scritto che la posizione era diventata immediatamente troppo grande: quasi il 24% dell’intero portafoglio.
Il 10 agosto l’ho venduta completamente.
Le tre vendite hanno generato complessivamente circa 4.482 euro, contro un costo di carico vicino ai 4.006 euro.
Parliamo quindi, facendo un conto indicativo prima di ricostruire perfettamente commissioni e fiscalità, di circa 400 euro di guadagno, poco meno del 10% in una decina di giorni.
Non male.
Soprattutto considerando che BFF non era nata come operazione di trading.
Avevo comprato dopo il violento crollo del titolo pensando che il mercato potesse aver incorporato una quantità eccessiva di cattive notizie.
I risultati semestrali hanno poi mostrato un utile netto rettificato di 81,3 milioni, in crescita rispetto all’anno precedente, ma sono rimaste aperte diverse questioni legate all’ispezione di Banca d’Italia, al capitale e alla qualità del portafoglio.

Con una posizione diventata speculativa e un guadagno arrivato molto velocemente, ho preferito uscire.
A posteriori è stata anche una maniera piuttosto efficace di correggere quello che avevo scritto il mese precedente: avevo esagerato con la dimensione dell’ingresso.
La soluzione più semplice, quando il mercato ti offre l’occasione, è ammetterlo e ridurre il rischio.
Questa volta l’ho fatto. E oggi il titolo quota a 3 euro.
Ho venduto una banca e comprato Stati
Il 25 agosto ho acquistato 5.000 dollari nominali del Treasury americano 1,25% con scadenza 15 maggio 2050, ISIN US912810SN90, investendo circa 1.953 euro.
Due giorni dopo, il 27 agosto, ho aumentato due delle mie obbligazioni europee:
5.000 euro nominali dell’OAT Francia 0,50% 2072 per circa 1.157 euro;
e altri 4.000 euro nominali del Belgio 0,65% 2071 per circa 1.122 euro.
In pratica ho venduto BFF e spostato una parte importante del capitale verso la parte lunga delle curve obbligazionarie.
La logica era abbastanza semplice. I prezzi delle obbligazioni erano già scesi molto e i rendimenti cominciavano a diventare decisamente più interessanti.
Il problema è che il mercato non aveva ancora finito.
Anzi.
Negli ultimi giorni di agosto e nei primi giorni di settembre è arrivata una delle vendite più generalizzate sull’obbligazionario mondiale degli ultimi anni.
E io, questa volta, ero perfettamente posizionato per guardarla dal centro.

Il portafoglio è diventato soprattutto un portafoglio obbligazionario
Questo è probabilmente il cambiamento più importante rispetto ai mesi precedenti.
Oggi circa il 64% del valore del portafoglio è investito in titoli di Stato.
Porsche Automobil Holding pesa poco più del 25%, AEFFE meno del 4% e il certificato Protect poco più del 7%.
La cosa curiosa è che quasi tre quarti del rosso mostrato oggi da Fineco proviene proprio dalle obbligazioni.
Belgio, BTP, Francia, Austria e Treasury americano, sommati, mostrano una perdita non realizzata di circa 600 euro.
Ed è qui che bisogna fermarsi un momento. Perché dire semplicemente “le obbligazioni stanno perdendo” non spiega assolutamente nulla di quello che sta succedendo.
Perché stanno crollando le obbligazioni in tutto il mondo?
Negli ultimi giorni il movimento è stato enorme.
Il Treasury americano a 10 anni è arrivato intorno al 4,8%, il rendimento del decennale giapponese ha superato il 3% per la prima volta dal 1996, mentre in Germania e Francia i costi di finanziamento hanno raggiunto livelli che non si vedevano da molti anni. Il Bund tedesco decennale ha toccato circa il 3,36%, il massimo da quindici anni.
Non è quindi successo qualcosa alla mia obbligazione francese.
È successo qualcosa al prezzo mondiale del denaro.
E i motivi, questa volta, si sono messi praticamente tutti in fila.
Il primo lo conosciamo bene: il Medio Oriente.
Il nuovo aumento delle tensioni con l’Iran ha riportato il Brent sopra i 95 dollari al barile, facendo riemergere immediatamente il timore che energia e trasporti possano alimentare una nuova ondata inflazionistica. Il 1° settembre il Brent era già risalito intorno a 94,65 dollari mentre il rendimento del Treasury decennale americano si avvicinava al 4,8%.
Il secondo problema è proprio l’inflazione.
Ad agosto quella dell’Eurozona è salita al 3,3%.
Il mercato considera ormai praticamente certo un nuovo aumento di 25 punti base della BCE il 10 settembre, che porterebbe il tasso sui depositi al 2,50%. E questa mattina JPMorgan e BNP Paribas sono arrivate addirittura a ipotizzare un ulteriore aumento a dicembre se l’energia continuerà a mantenere alta l’inflazione.
Poi c’è il terzo problema.
I debiti pubblici sono enormi.
Gli Stati devono emettere quantità sempre maggiori di obbligazioni e per convincere il mercato ad assorbirle devono offrire rendimenti più elevati.
Negli Stati Uniti il debito federale ha superato i 40.000 miliardi di dollari.
In Europa la Germania sta finanziando nuovi programmi per infrastrutture e difesa.
La Francia ha un debito vicino al 117% del PIL e continua a mostrare deficit molto elevati sopra addirittura al 5% annuo.
E contemporaneamente anche le grandi aziende tecnologiche stanno raccogliendo centinaia di miliardi attraverso emissioni obbligazionarie per finanziare gli investimenti nell’intelligenza artificiale.
Tutti vogliono capitale.
E il capitale, quando diventa molto richiesto, pretende di essere pagato meglio.
Questa secondo me è la parte più interessante dell’attuale movimento.
Non stiamo semplicemente assistendo alla solita paura per una decisione della BCE.
Il mercato sta iniziando a chiedersi se il livello strutturale dei tassi d’interesse nei prossimi dieci o vent’anni possa essere più alto di quello a cui ci eravamo abituati.
Ed è una domanda molto più importante.
Perché se i rendimenti salgono io perdo soldi?
Questa è una delle cose più controintuitive delle obbligazioni.
Prendiamo la mia Francia 2072 su cui ho scritto un papiro di analisi (che se ti interessa il pensiero lo metto qui sotto).
Paga una cedola di appena 0,50%.
Se oggi un investitore può comprare nuove obbligazioni governative che rendono il 4% o più, nessuno pagherebbe 100 euro per ricevere 50 centesimi di cedola all’anno.
Quindi il prezzo della mia vecchia obbligazione deve scendere.
Scende fino al punto in cui il rendimento complessivo ottenuto comprandola molto sotto 100 e aspettando il rimborso diventa competitivo con quello delle nuove emissioni.
E infatti oggi la Francia 2072 quota circa 22,84.
Pagando 22,84 qualcosa che, salvo eventi creditizi, verrà rimborsato a 100 nel 2072, il rendimento effettivo non è più 0,50%.
Facendo un calcolo indicativo sui prezzi della mia schermata, oggi il rendimento lordo a scadenza sarebbe circa:
Belgio 2071 4,37%;
BTP 2037 4,17%;
Francia 2072 4,54%;
Austria 2120 3,32%;
Treasury USA 2050 circa 5,4% in dollari.
(Sono stime e non rendimenti ufficiali Fineco: prezzi puliti, ratei, convenzioni di calcolo e cambio possono modificare i numeri.)
Ma fanno capire perfettamente cosa è successo.
Le obbligazioni valgono meno perché adesso rendono di più.
Ed è contemporaneamente la cattiva e la buona notizia.
Chi le possedeva ha subito perdite in conto capitale.
Chi le compra oggi parte da rendimenti molto più elevati.
Il vero problema delle mie obbligazioni: la duration
C’è però un’altra cosa che negli ultimi mesi probabilmente avevo sottovalutato perchè forse considero insita in questo progetto per Allegra e Beatrice.
Non possiedo semplicemente molti titoli di Stato.
Possiedo molti titoli di Stato lunghissimi.
Una Francia 2072 o un Belgio 2071 non reagiscono ai tassi come un BTP che scade tra dieci anni.
La Francia ha una duration modificata indicativamente superiore a 30.
Significa, semplificando molto, che un aumento dei rendimenti di appena mezzo punto percentuale può produrre un movimento teorico nell’ordine del 15-16% sul prezzo (prima di considerare la convexity).
L’Austria 2120 è ancora più sensibile.
Il BTP 2037, invece, ha una duration sotto 10.
E infatti basta guardare il portafoglio.
Il BTP perde 1,46%.
La Francia perde 8,64%.
Non è un caso.
È matematica.
E soprattutto è la dimostrazione definitiva che un titolo di Stato con scadenza 2072 non è la parte prudente del portafoglio.
È quasi una scommessa con leva incorporata sull’andamento futuro dei tassi.
Francia 2072: adesso è la posizione più grande del portafoglio
Arriviamo così allo strumento che oggi mi preoccupa maggiormente.
Possiedo 19.200 euro nominali della Francia 0,50% maggio 2072.
Il mio prezzo medio è sceso a circa 25,00, dopo l’acquisto aggiuntivo del 27 agosto.
Oggi quota 22,84.
Valore della posizione: 4.385,28 euro.
Perdita: 414,98 euro, pari al -8,64%.
Ed è diventata, con circa il 25,7% del portafoglio, persino leggermente più grande di Porsche.
Questa volta non posso dire che il mercato mi abbia sorpreso soltanto con il rialzo generale dei tassi.
La Francia possiede anche un problema tutto suo.
Il debito pubblico è arrivato intorno al 117% del PIL, la crescita rimane inferiore all’1%, i deficit restano elevati e l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2027 rende politicamente molto difficile immaginare una stagione di austerità particolarmente aggressiva.

Gli investitori stanno quindi chiedendo alla Francia un premio crescente rispetto alla Germania. Reuters è arrivata questa settimana a domandarsi se il problema del debito sul quale il mercato dovrebbe concentrarsi maggiormente non sia proprio quello francese.
Questa è una novità importante rispetto alla tesi originale.
Quando avevo comprato l’OAT pensavo soprattutto:
tassi europei alti + lunghissima durata = grande potenziale se un giorno i tassi scenderanno.
Oggi devo aggiungere:
+ rischio fiscale specifico francese.
La tesi non è necessariamente sbagliata.
Anzi, al prezzo di 22,84 il rendimento atteso è diventato molto più interessante.
Ma la dimensione è ormai troppo grande per considerarla una posizione satellite.
Un quarto del Portafoglio di Allegra e Beatrice dipende oggi da quello che penseranno per i prossimi anni gli investitori internazionali della Francia.
Non credo aumenterò ancora.
Se il mercato dovesse continuare a scendere, voglio prima capire se sto comprando semplicemente duration a un prezzo migliore oppure se sta cambiando la percezione strutturale del rischio francese.
Sembrano la stessa cosa.
Non lo sono.
Belgio 2071: ho comprato e il mercato ha continuato a scendere
Sul Belgio ho fatto qualcosa di simile.
Oggi possiedo 7.000 euro nominali, con un prezzo medio di 28,94.
La quotazione è scesa a 27,50.
Valore: 1.925 euro.
Perdita: 100,90 euro, pari al -4,98%.
Il 27 agosto avevo aggiunto 4.000 euro nominali pensando che il calo dei prezzi avesse già creato un rendimento interessante.
Era vero.
Semplicemente, pochi giorni dopo il rendimento è diventato ancora più interessante.
Il Belgio non presenta in questo momento la stessa combinazione di rischi politici e fiscali della Francia, quindi considero il movimento soprattutto come conseguenza della vendita generalizzata delle scadenze lunghe.
Con un rendimento stimato intorno al 4,4% e un prezzo sotto 28, il titolo comincia ad avere caratteristiche molto interessanti per chi è disposto a sopportarne l’enorme volatilità.
Austria 2120: quasi cento anni di duration per il 3,3%
L’Austria 0,85% 2120 vale oggi 1.168,80 euro e perde 60,40 euro, pari al -4,91%.
Continua a essere il titolo che mi convince meno all’interno del blocco ultralungo.
Non per il rischio creditizio dell’Austria.
Ma per il rapporto tra rischio tasso e rendimento.
Al prezzo attuale il rendimento stimato è circa 3,3%.
Francia e Belgio, con scadenze comunque assurde ma più vicine, offrono oggi oltre il 4%.
L’Austria 2120 ha invece una duration ancora maggiore e un rendimento inferiore.
Se decidessi di ridurre l’esposizione alla parte ultralunga del portafoglio, resta quindi il primo titolo sul quale ragionerei.
Ribadisco: non penso che l’Austria non mi restituirà i soldi.
BTP 2037: improvvisamente sembra quasi normale
Il BTP 0,95% marzo 2037 è probabilmente il modo migliore per capire la differenza.
Possiedo 2.000 euro nominali.
Prezzo medio: 73,96.
Prezzo attuale: 72,88.
Perdita: appena 21,60 euro, pari al -1,46%.
Il 1° settembre ho inoltre ricevuto la prima cedola: 9,50 euro lordi, diventati 8,31 euro netti dopo la tassazione.
Non cambieranno il destino scolastico di Allegra e Beatrice.
Ma è sempre piacevole vedere qualcuno che versa soldi sul conto invece di prenderli.
Il rendimento a scadenza è ormai indicativamente intorno al 4,2% lordo.
E soprattutto la scadenza 2037 rende il titolo molto meno sensibile ai movimenti dei rendimenti rispetto ai miei mostri 2071-2120.
Questo mese mi ha convinto ancora di più che, se dovessi aumentare in futuro la componente obbligazionaria, probabilmente cercherei più scadenze intermedie e meno scommesse secolari.
Sono meno spettacolari se i tassi crollano.
Ma hanno anche meno possibilità di trasformare un mercoledì qualunque in una lezione gratuita sulla duration.
Il nuovo Treasury USA 2050
La vera novità obbligazionaria del mese è il Treasury americano 1,25% maggio 2050, ISIN US912810SN90.
Ho acquistato 5.000 dollari nominali il 25 agosto investendo circa 1.953 euro.
Fineco lo fotografa oggi a 45,36 dollari, con un valore in euro di circa 1.950,55 euro e un piccolo guadagno di 14,12 euro, pari allo +0,73%.
In mezzo al massacro obbligazionario mondiale è praticamente il mio secchione della classe.
Il motivo principale è semplice: l’ho comprato quando una buona parte del massacro era già avvenuta.
Al prezzo attuale il rendimento lordo a scadenza è indicativamente intorno al 5,4% in dollari.
È esattamente ciò che cercavo.
Un Treasury americano di lunga durata comprato molto sotto la pari, con la possibilità di beneficiare sia delle cedole e del rimborso a 100 sia di un eventuale futuro calo dei rendimenti americani.
Ad agosto il Tesoro americano ha anche deciso di aumentare gli acquisti di propri titoli sul tratto lungo della curva, raddoppiando alcune operazioni di buyback per sostenere la liquidità dopo l’impennata dei rendimenti. Il provvedimento ha temporaneamente calmato il mercato, ma non elimina il problema di fondo rappresentato dalla quantità enorme di debito americano.
E infatti anche qui c’è un “ma”.
Anzi, due.
Il primo è che il Treasury 2050 rimane un titolo lungo e quindi molto sensibile ai tassi.
Il secondo è che per me è denominato in dollari.
Quindi posso avere ragione sull’obbligazione e perdere sul cambio EUR/USD.
Oppure sbagliare sull’obbligazione e venire salvato dal dollaro.
Perché evidentemente avere soltanto il rischio tasso sembrava troppo facile.
Detto questo, tra tutti i titoli lunghi che possiedo oggi, il Treasury mi sembra uno dei più interessanti in termini di rendimento di partenza.
Non perché gli Stati Uniti abbiano risolto il problema del debito.
Esattamente il contrario.
Il rendimento supera il 5% proprio perché il mercato ha iniziato a chiedere agli Stati Uniti di pagare molto di più per finanziarsi.
Porsche Automobil Holding: finalmente Volkswagen ha deciso di fare qualcosa
Arriviamo alla posizione azionaria più importante.
Possiedo 148 azioni Porsche Automobil Holding SE, ISIN DE000PAH0038.

Prezzo medio: 28,83 euro.
La schermata Fineco di questa mattina la fotografa intorno a 29,08 euro.
Valore: 4.304,43 euro.
Guadagno: 37,49 euro, pari al +0,88%.
Poco sopra il mio prezzo di carico.
Ma proprio ieri sera è successa probabilmente una delle cose più importanti da quando possiedo il titolo.
E per capirla bisogna ricordare ancora una volta una cosa.
Porsche Automobil Holding non è Porsche AG.
Non sto investendo direttamente nell’azienda che costruisce 911, Cayenne e Macan.
Porsche SE è la holding delle famiglie Porsche e Piëch e possiede il 53,3% delle azioni ordinarie Volkswagen, equivalenti al 31,9% del capitale complessivo, oltre al 25% più un’azione delle ordinarie Porsche AG.
Volkswagen: il gigante tedesco ha ammesso che il vecchio modello non funziona più
I numeri del primo semestre avevano già spiegato il problema.
Volkswagen ha realizzato 158,1 miliardi di euro di ricavi, praticamente stabili rispetto all’anno precedente.
Il problema non erano tanto i ricavi.
Erano i margini.
L’utile operativo è sceso dell’11,6% a 5,9 miliardi, con un margine operativo di appena 3,8%.
Le vendite di veicoli sono diminuite dell’8,4%.
Volkswagen continua quindi a essere un gigantesco gruppo industriale capace di generare decine di miliardi.
Ma guadagna troppo poco su ogni automobile rispetto al capitale, alle fabbriche, al personale e agli investimenti necessari per mantenerlo in piedi.

E dietro a quel 3,8% ci sono quattro problemi enormi.
La Cina, dove i costruttori locali sono passati dall’essere clienti, partner o curiosità industriali a diventare concorrenti tecnologicamente molto forti.
Gli Stati Uniti, con i dazi che continuano a penalizzare i costruttori europei.
L’Europa, dove la domanda rimane debole.
E soprattutto la struttura dei costi di Volkswagen.
Troppe fabbriche.
Troppi modelli.
Troppa complessità.
Troppi livelli decisionali.
Troppo personale rispetto ai volumi attuali.
Per mesi tutti lo sapevano.
Il problema era decidere chi dovesse pagare il conto.
Future Plan 2030: la più grande ristrutturazione della storia Volkswagen
Ieri sera, 3 settembre, è arrivato l’accordo.
Il consiglio di sorveglianza Volkswagen ha approvato all’unanimità il Future Plan 2030.
Il piano prevede altri 50.000 posti di lavoro in meno, che porterebbero la riduzione complessiva prevista negli ultimi anni verso quota 100.000.
Il futuro di quattro stabilimenti tedeschi rimane aperto.
Volkswagen vuole inoltre ridurre di circa la metà il numero di modelli e tagliare drasticamente la complessità delle varianti e delle piattaforme.
L’obiettivo dichiarato è arrivare entro il 2030 a circa 9 milioni di automobili vendute e un margine operativo del 9%.
Per rendere l’idea:
oggi il margine è 3,8%.
Vogliono più che raddoppiarlo.
È un obiettivo estremamente ambizioso.
Ma il mercato questa mattina ha reagito molto bene.
Le azioni Volkswagen hanno aperto con un rialzo intorno al 7%, proprio perché l’accordo evita lo scontro frontale che si stava preparando tra management, sindacati e Land della Bassa Sassonia.
E secondo me questa è la vera notizia.
Non i 50.000 tagli. Non il 9%.
La vera notizia è che Volkswagen è riuscita finalmente a prendere una decisione sulla quale management, rappresentanti dei lavoratori e azionisti hanno trovato un accordo.
Per un’azienda con una governance complicatissima come Volkswagen non è un dettaglio.
Negli ultimi mesi il rischio non era soltanto che Volkswagen avesse costi troppo alti.
Era che tutti sapessero cosa andava fatto e nessuno riuscisse politicamente a farlo.
Quella paralisi, almeno per ora, sembra essersi sbloccata.
E cosa significa tutto questo per Porsche SE?
Molto.
Il 7 agosto Porsche SE era stata insolitamente dura nei confronti di Volkswagen.
La holding aveva definito il gruppo a un “crocevia storico” e aveva chiesto esplicitamente riduzione della capacità produttiva, taglio dei costi e decisioni molto più rapide.
I numeri di Porsche SE spiegavano bene il nervosismo.
Nel primo semestre il risultato rettificato dopo le imposte è stato di 949 milioni di euro, contro 1,11 miliardi dell’anno precedente.
Il risultato contabile è invece precipitato a -2,218 miliardi, soprattutto per svalutazioni non monetarie sulle partecipazioni: circa 3 miliardi su Volkswagen e 200 milioni su Porsche AG.
Il debito netto della holding è comunque sceso leggermente, da 5,099 a 4,982 miliardi di euro.
Al 30 giugno Porsche SE dichiarava inoltre un Net Asset Value di 12,5 miliardi di euro e uno sconto della holding del 34%.
Ed è proprio quello sconto una delle ragioni principali per cui continuo a possedere il titolo.
In pratica il mercato continua a valutare Porsche SE parecchio meno del valore teorico delle partecipazioni che contiene, al netto del debito.
Lo sconto esiste però da anni. Non basta dire “vale più di quanto quota”.
Serve qualcosa che faccia emergere quel valore.
Una Volkswagen più redditizia, capace di generare maggiore cassa e distribuire dividendi sostenibili, sarebbe probabilmente uno dei catalyst migliori.
Non a caso ieri sera Porsche SE ha accolto pubblicamente con favore il Future Plan 2030 e ha definito la decisione necessaria e corretta, assicurando sostegno alla trasformazione di Volkswagen.
Per la mia tesi di investimento questa è quindi una notizia positiva.
Probabilmente la più positiva degli ultimi mesi.
Ma non significa che Volkswagen sia guarita.
Adesso arriva la parte molto più difficile: eseguire il piano.
Tagliare 50.000 posti di lavoro in una presentazione PowerPoint è semplice.
Farlo in Germania, contemporaneamente riorganizzando fabbriche, riducendo modelli, investendo 135 miliardi tra capitale e ricerca, recuperando terreno in Cina e tentando di portare un margine dal 3,8% al 9%, è un’altra storia.
È per questo che oggi non aumenterei Porsche SE semplicemente per la notizia.
Ne possiedo già abbastanza. Rappresenta un quarto del portafoglio.
Ma rispetto all’articolo di agosto, la tesi è diventata secondo me leggermente migliore.
Il titolo rimane economico.
Lo sconto della holding rimane elevato.
Il debito sta lentamente diminuendo.
E finalmente Volkswagen ha un piano approvato per affrontare uno dei problemi che giustificavano quello sconto.
Ora devono dimostrare di saperlo eseguire.
E come ha scritto Wolfgang Porsche ieri:
la direzione è stata scelta.
Il vero lavoro comincia adesso.
AEFFE: settembre potrebbe finalmente dirci qualcosa di concreto
AEFFE continua a essere la posizione più dolorosa.
Possiedo ancora 4.177 azioni.
Prezzo medio: 0,2647 euro.
Prezzo attuale: 0,151 euro.
Valore: 630,73 euro.
Perdita: 474,92 euro, pari al -42,95%.
Rispetto al mese scorso la situazione non è migliorata.

A fine luglio la posizione finanziaria netta consolidata è addirittura salita leggermente, da 112,37 a 112,61 milioni di euro.
Di questi, oltre 96 milioni rappresentano debito a breve termine, contro appena 12,82 milioni di disponibilità liquide.
La parte interessante, però, è che settembre contiene finalmente due appuntamenti che contano più delle oscillazioni quotidiane del titolo.
Il 9 settembre è prevista l’udienza sulle misure cautelari richieste da AEFFE e Pollini per proteggere il patrimonio da iniziative individuali dei creditori.
Entro la fine del mese dovrebbe poi essere depositato il piano di ristrutturazione omologato, costruito intorno all’offerta Oxy Capital che punta ad acquisire sostanzialmente il complesso aziendale per poi dividerlo nelle tre attività Moschino, Alberta Ferretti/produzione e Pollini.
Quindi continuo ad avere la stessa posizione del mese scorso.
Spero che l’operazione riesca a salvare marchi, stabilimenti e posti di lavoro.
Ma continuo a non confondere questo con la certezza che verranno salvati anche gli attuali azionisti.
A 0,151 euro la tentazione di comprare altre azioni per abbassare il prezzo medio è evidente.
Non lo farò. Almeno non prima di conoscere la struttura economica del piano.
La cosa più importante che ho imparato questo mese
Ad agosto ho aumentato molto la parte obbligazionaria perché i rendimenti mi sembravano interessanti.
Oggi sono ancora più interessanti.
Questo non significa automaticamente che abbia sbagliato.

Se terrò le obbligazioni a lungo, il rendimento che posso ottenere partendo da prezzi così bassi è decisamente più elevato rispetto a pochi mesi fa.
Ma ho probabilmente commesso un errore di dimensionamento.
Francia 2072 e Porsche rappresentano da sole oltre metà del portafoglio.
E quasi il 64% dell’intero capitale è oggi esposto ai tassi obbligazionari.
Inoltre molta di quella esposizione non è su scadenze normali.
È sul lunghissimo termine.
Quindi il portafoglio appare diversificato perché contiene Francia, Belgio, Austria, Italia e Stati Uniti.
Ma davanti a un aumento globale dei tassi tutte quelle bandiere possono tranquillamente diventare dello stesso colore.
Rosso.
Questa è probabilmente la cosa sulla quale lavorerò nei prossimi mesi.
Non necessariamente vendendo oggi nel momento peggiore.
Piuttosto utilizzando i nuovi versamenti per costruire qualcosa che oggi manca:
scadenze più brevi, maggiore liquidità e strumenti meno dipendenti dalla stessa identica variabile.
Perché possedere cinque obbligazioni diverse non significa essere diversificati se tutte perdono quando accade la stessa cosa.
E adesso?
La parte interessante è che questa mattina, 4 settembre, il mercato obbligazionario sta già provando a respirare.
Il governatore Fed Christopher Waller ha aperto alla possibilità di lasciare i tassi americani invariati se i prossimi dati mostreranno un raffreddamento dell’inflazione. La probabilità implicita di un rialzo Fed a settembre è scesa dal 63% circa al 50% e i Treasury hanno recuperato parte delle perdite.
Non significa che il peggio sia passato.
Tra appena sei giorni arriverà la BCE.
Il mercato considera quasi certo il rialzo al 2,50%.
Il petrolio continua a viaggiare sopra i 95 dollari.
La questione Iran-Hormuz non è risolta.
La Francia rimane sotto pressione.
E soprattutto il mercato ha iniziato a domandarsi se i tassi lunghi non debbano essere strutturalmente più elevati rispetto all’ultimo decennio.
Se i rendimenti continueranno a salire, le obbligazioni che possiedo continueranno probabilmente a perdere valore.
Ma contemporaneamente le nuove obbligazioni diventeranno sempre più interessanti.
È uno di quei momenti nei quali la stessa notizia è cattiva per il portafoglio di ieri e buona per il portafoglio di domani.
E forse questa è la definizione migliore dell’investimento a lungo termine.
La mia conclusione di settembre

Il Portafoglio di Allegra e Beatrice vale in questo istante 17.032,53 euro e mostra una perdita non realizzata di 811,05 euro, pari al -4,55% e un saldo disponibile ancora da investire per 1335,74 per un totale di euro 18368,27 .
In un mese ho venduto completamente BFF Bank con un guadagno vicino al 12%. probabilmente oggi la ricomprerò visto che sembra che una banca importante voglia acquisirla e stia studiando i dossier.
Ho comprato un Treasury americano 2050.
Ho aumentato Francia 2072 e Belgio 2071.
Ho ricevuto la prima piccolissima cedola dal BTP.
Porsche è rimasta leggermente positiva.
AEFFE è scesa al -43%.
Il certificato Protect è arrivato oltre il +22%.
E soprattutto ho trasformato il portafoglio in qualcosa di molto più obbligazionario proprio nel mese in cui il mercato obbligazionario mondiale ha deciso di ricordare a tutti che rendimento e rischio non sono due parole indipendenti.
La parte che mi piace di più, però, è Porsche.
Non tanto per il +0,88%.
Quello può sparire in una mattina.
Per la prima volta da parecchio tempo Volkswagen sembra aver smesso di discutere sul fatto di dover cambiare e ha iniziato a discutere seriamente su come farlo.
Cento mila posti di lavoro in meno, meno modelli, meno complessità, meno capacità produttiva e l’obiettivo quasi folle di portare il margine al 9%.
Può funzionare. Può funzionare soltanto in parte o può anche trasformarsi nell’ennesimo gigantesco piano industriale tedesco molto bello da leggere e molto più difficile da eseguire.
Ma almeno adesso esiste una direzione.
Sul fronte obbligazionario, invece, ho imparato qualcosa che voglio ricordarmi nei prossimi mesi.
Un’obbligazione che perde il 10% non è diventata improvvisamente un’azione.
Sta semplicemente mostrando il prezzo della duration che avevo deciso di comprare.
Se avrò ragione sulla futura normalizzazione dell’inflazione e dei tassi, quelle scadenze lunghissime potranno recuperare parecchio.
Se invece il mondo è entrato davvero in un periodo strutturale di debito più alto, inflazione più resistente e rendimenti reali superiori, dovrò ammettere che ho sbagliato e che la tesi è cambiata.
Per ora non lo sappiamo. Ed è esattamente per questo che esiste questo diario mensile.
Non per raccontare soltanto gli investimenti che salgono.
Ma per ricordarmi tra dieci o quindici anni perché avevo preso certe decisioni quando ancora non sapevo come sarebbero finite.
Allegra e Beatrice oggi non sanno nemmeno cosa sia un Treasury. Anche se sanno benissimo dire la parola Papa’.
Nel 2050 avranno venticinque anni.
Io ne avrò sessantadue.
E se quel titolo americano sarà ancora dentro il portafoglio, spero almeno che qualcuno di noi tre si ricordi perché l’avevo comprato.
Una cosa da tenere particolarmente d’occhio: la riunione BCE del 10 settembre può diventare il prossimo vero spartiacque per Francia, Belgio, Austria e BTP.
Buon WE. Luca.

Disclaimer
Ricordate, sono solo un papà con un computer, non un consulente finanziario.
Le informazioni contenute in questo articolo rappresentano esclusivamente le mie opinioni personali e riflettono il mio approccio agli investimenti. L’articolo non costituisce una consulenza finanziaria, un invito all’investimento o una raccomandazione a comprare o vendere strumenti finanziari.
Prima di intraprendere qualsiasi investimento è fondamentale consultare un professionista qualificato e considerare attentamente la propria situazione finanziaria, gli obiettivi e il livello di rischio tollerabile.
Le decisioni di investimento comportano il rischio di perdere, in tutto o in parte, il capitale investito.